19 DIARIO DAL COVID 2

Venerdì Santo

Oggi è venerdì santo.

I cristiani commemorano la passione e la crocifissione del Cristo.

Chissà, dovremmo digiunare, oppure non mangiare carne.

Invece nell’intimità delle nostre case, facciamo un po’ come ci pare, per pigrizia o per disinteresse. A volte crediamo di essere atei, a volte siamo cristiani non praticanti, in altre occasioni siamo simpatizzanti di questa strana religione che alla fine non ti impone nulla, ti lascia sempre il libero arbitrio.

Eppure a livello energetico questo giorno dovrebbe essere utilizzato come pensiero introspettivo, per capire quale calvario stiamo vivendo nelle nostre vite (vite al plurale, perché presumo che la reincarnazione esista).

Chissà quanti hanno perso il lavoro, oppure combattono contro qualche malattia.

Ci sono anche coloro che sono soli, dimenticati dal mondo, inesistenti agli occhi di chi reputano amici o parenti.

Ognuno porta la sua croce, già ferito enormemente dalla vita, consapevole che nel suo salire quel monte, così faticoso, dove nessuno ti aiuta a portare il peso del tuo dolore, o ti incita a non mollare, sempre solo e consapevole che, arrivato in cima, ti toccherà la prova più difficile e dura. La crocifissione.

Per mano di chi crede di essere immune al dolore e alla fatica, ma che si umilia ferendoti al costato, credendo di farti un favore, oppure dissetandoti con dell’aceto, affinché tu taccia, perché ai loro occhi e orecchi, sei indegno a dire la tua verità così ferito e morente.

Nessuno vuole vedere la miseria dell’altro, perché nessuno vuole accettare la propria.

Nessuno aiuta il Cristo a portare la croce, perché teme di sentire maggiormente il peso della propria. E se qualcuno per puro caso, umilmente cerca di aiutare, allora viene allontanato, lapidato, perché è inaccettabile vedere il coraggio negli occhi di chi si china per servire un debole, un emarginato, un deriso.

Anche questo venerdì santo passerà in sordina.

Anche se chiusi in casa, non c’è tempo per riflettere, per osservare dentro a noi stessi le miserie che ci annientano.

Incapaci di essere quei coraggiosi che alla faccia delle leggi, si chinano ad aiutare chi fuori dalle nostre mura è allo stremo delle sue forze. Per paura di essere lapidati, ci giriamo dall’altra parte, lasciando che quel Cristo salga quella china da solo, sotto il peso di un grosso pezzo di legno che è il simbolo della sua fine.

Il crocifisso è il simbolo della nostra fine. Ci siamo crocifissi nel momento in cui abbiamo accettato i soprusi e i compromessi. Consapevolmente abbiamo fatto liberare il ladrone Barabba, perché fa più “figo” seguire un furbo che un santo.

Credo che il peccato originale che racconta la Bibbia, non sia tanto la disubbidienza a Dio, quanto la nostra miseria umana. La nostra incapacità di essere umili davanti ai più deboli.

Fin da bambini in noi c’è quel leggero sadismo che gode nel deridere il compagno più “sfigato”.

Ecco che, si capiscono gli eventi che accadono nel mondo. Il sadismo dei nostri governati, verso le fasce deboli della società, dove un disabile al cento per cento, che non può sostenersi da solo prende una miseria di pensione, i ristori ridicoli. I domiciliare per l’intera popolazione, gli ammalati che non vengono curati, gli anziani abbandonati, i moribondi lasciati soli.

Ognuno porta la sua croce, ognuno da solo sale il monte del proprio calvario, senza capire che, basterebbe allungare la mano per sostenere la croce dell’altro e tutti le croci cadrebbero. Perchè nell’aiutare gli altri, ci dimentichiamo del fardello di dolore che ci portiamo appresso.

Il Cristo muore su quella croce. Il nostro fardello è la nostra morte. Liberato dalla croce il Cristo risorge. Risorge a nuova vita. Questa è la metafora.

Dopo 2000 anni la storia di questo Gesù, vera o finta che sia è sempre attuale.

Oggi come è giusto che sia, vi auguro un buon calvario di introspezione e riflessione.

Per arrivare a domenica, almeno un po’ risorti.

Lisa Ermacora

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