Diario dal corona virus 53


Piove. In un giorno triste come questo non poteva che piovere.

Un messaggio sul cellulare mi trova impreparata.

Guarda mi dico, Andrea Ciufe mi ha mandato un messaggio ieri sera. Mi sento lusingata dato che non mi ha mai scritto. In effetti perché avrebbe dovuto scrivermi non ci frequentavamo mica.

“Ore 21. Un abbraccio a tutti”. Questo è il messaggio che alle sei del mattino leggo.

Rispondo di getto senza riflette. “ Ciao un forte e caro abbraccio anche a te”.

Ripongo il cellulare sul tavolo, gongolandomi per il fatto che Andrea mi ha mandato questo saluto così improvviso e inaspettato.

Poi come una doccia fredda penso che non può avermi salutata così, non c’è ne motivo, se non perché qualcuno della sua famiglia ha voluto avvisarmi che lui se ne è andato.

Riprendo in mano il cellulare, non oso riaccendere lo schermo, perché non voglio sapere la verità.

Piove, sento piovere anche dentro di me.

In un attimo mi si parano davanti agli occhi la moglie Marzia, la mamma Giannina, i suoi figli. Un’altra famiglia già fortemente provata dalla malattia di Andrea, ora deve anche superare la prova più difficile, la sua partenza.

Si perché Andrea aveva solo un grande difetto, la sua presenza anche senza la frequentazione.

Ovvio che posso parlare solo per me, ma Andrea anche se non lo frequentavo o non lo vedevo mai era una figura presente.

Ricordo in gioventù quando eravamo andati in Francia per un gemellaggio con ragazzi di altri stati, avevamo fatto una bellissima esperienza con la canoa, guadando un fiume. Ci avevano messi a coppie per ogni canoa. Il fiume aveva tratti semplici da affrontare ma anche rapide e piccole cascate. Ricordo che in un punto io e il mio compagno di canoa ci siamo fermati sulla riva del fiume perché c’era una rapida pericolosissima e quelli che erano arrivati prima di noi si erano rovesciati per la forza tumultuosa dell’acqua. Ricordo Andrea intrappolato dalla forza dell’acqua sulla parete alta di rocca mentre le canoe dei nostri compagni, così appuntite e veloci gli andavano addosso. Lui con quello sguardo fiero e determinato, con una mano si reggeva alla rocca e col l’altra scansava le canoe che gli arrivavano addosso.

Ero troppo giovane per capire come quella scena che si stagliava davanti ai miei occhi sarebbe stata la metafora della sua vita.

Perché lui con forza è determinazione si è aggrappato alla vita ( la roccia), mentre veniva sconquassato dall’acqua ( gli eventi belli e brutti della vita ) e allontanava con decisione le canoe ( gli attacchi della malattia).

Quel giorno ho temuto il peggio, perché non è stato facile portarlo fuori da quella terribile situazione.

Vorrei spiegare questo legame, slegato, eppure da parte mia fortemente sentito.

Andrea era un complice perfetto per quando improvvisavo i miei teatrini improbabili per farmi due risate, magari durante la cena della classe.

Ricordo un anno ci eravamo seduti vicini, e come al solito ci parlavamo come se fossimo due coniugi incalliti da anni di dura sopportazione reciproca. Un nostro coscritto che da secoli non frequentava il paese per cui non conosceva le nostre vite ad un tratto ci chiese:

– Ma da quanti anni siete sposati? –

Andrea rispose un numero, io ne risposi un altro ovviamente, perché lui si era sposato parecchi anni dopo di me.

Il coscritto ci guarda perplesso : – Scusate, mettetevi d’accordo, allora da quanti anni siete sposati? –

Io e Andrea ci siamo messi a ridere, poi gli diciamo che io e lui mica siamo una coppia, l’altro si mette a ridere a sua volta e dice che credeva fossimo sposati per come ci incalzavamo.

Certo Andrea, sapeva stare al gioco, ma con quella serietà e quella maturità che lo caratterizzavano.

Oppure come quella volta che avevo ancora in bambini piccoli, e sua mamma era venuta a fare i capelli da me. Lui era passato a prenderla, quando prima di uscire dico ad Andrea: – Potresti ogni tanto venire a vedere dei tuoi figli. –

Lui stando al gioco mi risponde : – Forse un giorno quando ho tempo. –

Due giorni dopo ci troviamo in piazza per caso : -Lisa senti – mi dice – Non dire più davanti a mia madre che i tuoi figli sono i miei, ne ho sentite di cotte e di crude, mi ha etto che dovevo prendermi le mie responsabilità, che un altro uomo non doveva crescere i miei figli…. –

Anche sua moglie Marzia è sempre prestata a questo gioco scherzoso di presa in giro, perché ogni tanto quando la incontravo non le dicevo salutami Andrea, ma: – Di ad Andrea che venga a vedere dei suoi figli. – Lei sorrideva e mi diceva: – Riferirò -.

Quando ho saputo da sua madre che si era ammalato, ho vissuto la malattia di Andrea attraverso i racconti accorati di questa donna che aveva già visto il marito lasciare questa vita per la stessa patologia. Soffrivo per il triste destino e speravo nella vittoria di Andrea sul quella tempesta che lo aveva aggredito.

Circa quattro anni fa uscendo da lavoro, vedo Andrea lì davanti a me, così diverso, quel fisico atletico e forte aveva lasciato il posto ad un uomo invecchiato e stravolto dalla malattia, lo sguardo però sempre fiero.

Ci guardiamo sorpresi entrambi nel vederci, ci veniamo incontro e ci abbracciamo forte, come due vecchi amici che da anni non si vedono. Restiamo abbracciati lì sul marciapiede per un tempo indefinito. Oggi avrei voluto stringerlo ancora più forte per non lasciarlo volare via, per riportarlo sano forte e felice a tutta la sua famiglia.

A pensarci bene forse è l’unica volta nella mia vita che l’ho abbracciato. In quell’abbraccio ci siamo detti tutto, il ringraziamento per l’amicizia a distanza, le risate, il conforto di una presenza spirituale e l’addio. Credo che ci siamo salutati in anticipo nella nostra inconsapevolezza, perché le nostre rispettive vite, così diverse, raramente si sarebbero nuovamente intrecciate.

Ho vissuto Andrea nei racconti dei suoi colleghi, negli occhi dei suoi figli, piuttosto che nel cuore di sua madre, senza dimenticare ovviamente nella bellezza e della grande forza di quella incredibile donna che lui ha scelto come compagna. Credo di aver detto un giorno a Marzia di che grande ammirazione ho per lei, perché è facile andare avanti quando tutti stiamo bene, ma ci vuole una forza d’animo incredibile quando vedi chi ami che sta soffrendo nel non sapere per quanto potrai ancora godere della sua presenza.

Caro Andrea,

non ti dico se avessi fatto, se ti avessi detto, se fossi stata….

Ti ringrazio di essere passato attraverso la mia vita regalandomi piccoli attimi di serenità.

Quando penso a te, rivedo sempre quel ragazzo determinato nel fiume, non riesco a ricordarti consumato dalla malattia, perché tu sei e rimarrai sempre nel mio cuore quel guerriero impavido e coraggioso che nel tumulto delle acque riemergeva più forte di prima.

So per certo che un giorno ci riabbracceremo.

Per ora ascolto la pioggia che sono le lacrime di chi ti ha amato, ti assicuro che sono tante.

Con affetto. Lisa

P.S. : per dispetto dato che te ne sei andato via senza preavviso, ti faccio fare ben io una brutta figura. Andrea aveva i capelli idrorepellenti, non si bagnavano ed erano duri come fil di ferro. Adesso voglio proprio vedere come potrai replicare…

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