Diario dal corona virus 25


Il buon giorno si vede dal mattino. Il mattino ha l’oro in bocca. Chi dorme non piglia pesci.

Il mattino in questo periodo della mia vita è come la sera. Una noia mortale.

Sono le 6:30, il sole oggi non c’è. Un corvo gracchia, il gallo canta, nel sottofondo del cinguettare mi una miriade di uccelli, mi siedo in terrazza, ad ascoltare tutto questo ciangottare.

Beati loro, che possono fare ciò che hanno sempre fatto.

Devo ammettere che non amavo molto la Pasquetta nei campi. Questo obbligo al divertimento mi ha sempre messo di cattivo umore. Se pioveva, tornavo a casa infreddolita e impantanata. Inoltre al rientro dovevi risistemare i bambini che erano una cosa indecente. Invece quando c’era il sole, l’insolazione era assicurata. Poi dovevi mangiare seduto a terra tutto scomodo, ti alzavi, perché quella posizione infelice ti faceva incriccare la schiena. Immancabilmente arrivavano api e mosche che ti terrorizzavano, lasciando addosso una frustrazione di impotenza davanti a questi esseri che sembravano sapere perfettamente che tra tutti gli umani tu eri l’anello debole. Dentro di te ti chiedevi il perché questa festa doveva essere fatta all’aperto. Anche da bambina andavamo in collina, per me era una tortura. Vedere gli altri entusiasti per l’evento all’aperto, mi faceva sentire in colpa, ho sempre creduto che gli altri fossero strani forte ad apprezzare di mangiare sull’erba come le pecore. Eppure anche se si facevano giochi di vario genere stare lì quelle cinque o sei ore, a volte anche di più mi faceva venir male. Mi sono sempre portata con me una valangata di libri o riviste. Un grosso aiuto ad estraniarmi da quei momenti di gioviale tortura.

Quando il giorno di Pasquetta invece d’andare nei campi o simili abbiamo cominciato a fare altre cose, allora sono riuscita ad apprezzarla. Una gita al mare, piuttosto che in qualche città da visitare, bé le cose sono cambiate. Quando la mia curiosità viene stimolata, allora mi diverte la giornata.

Devo ammettere che al di là di tutto il tempo a casa è passato relativamente veloce, scandito da ritmi diversi. Oggi vorrei prendere la macchina ed andare a trovare mia figlia in Trentino, per andare a mangiare una fetta di torta nella pasticceria. Oppure camminare per Bolzano chiacchierando con la mia creatura, avvolta da quell’atmosfera vacanziera, anche se vacanza non è.

Anche per oggi mi accontenterò di stare a casa, a sognare il momento in cui riuscirò a fare tutto quello in piena libertà.

Che strano non avere commissioni da fare. Inviti ai quali presenziare.

E’ strano non avere fretta di fare niente. Adesso la fretta è una parola che potrebbe cadere in disuso se continuo a stare qui.

Mi vengono in mente i detenuti. Ricordo un film di un uomo che doveva farsi l’ergastolo. La prigione con i suoi ritmi, i suoi detenuti e secondini era diventata la sua vita. Ormai vecchio, lo liberarono. L’uomo fuori da quel contesto non si sentiva più a suo agio, quindi compì un altro crimine per tornare in prigione.

Le tue abitudini, se pur terribili a volte sono la tua normalità, la quotidianità che ti dà sicurezza.

Per ora stare a casa diventa la mia nuova quotidianità. Non ho ancora trovato dei ritmi che mi garbino, seguo il ritmo del mio stomaco. Se ho fame preparo da mangiare, e pur non facendo niente tutto il giorno alla fine mi pesa anche quello.

Credevo che avrei approfittato nel pulire tutta la casa fin negli angoli più nascosti, invece mi rendo conto che è la casa che mi sta ripulendo tutti gli angoli, ripulisce con pazienza le paure, le ansie, la fretta. Tutto quello che annientava la mia pace interiore.

La casa nutre energie differenti a quelle che prima di questa situazione nutrivo io.

Le mie priorità stanno cambiando, come pure le necessità.

Un esempio pratico, erano anni che non scrivevo, neanche una parola. Oggi mi ritrovo a scrivere e scrivere, senza che la testa perda il filo. Avevo perso nel tempo, occupata a rincorrere la vita, il piacere di sedermi e lasciare fluire i pensieri. Mi accorgo che più scrivo e più scriverei. Non ho tante cose da dire, ma come da bambina mi ha sempre affascinato il vedere come il susseguirsi delle parole danno vita a delle frasi che possono regalarti emozioni, sogni, e le stesse parole messe in contesti differenti cambiano forza e intensità ad un discorso.

Da bambina volevo diventare scrittore, stregata dalla mente di questi incredibili artisti che dal nulla raccontano storie incredibili e particolareggiate.

Un buon narratore ti porta a non vedere più le parole, ma ti fa vedere immagini attraverso di esse. Questa è la cosa che mi ha sempre attirato della scrittura.

Sono consapevole però che mi risulta molto più facile regalare sogni tagliando e colorando capelli. Lo sguardo della cliente o del cliente soddisfatto di come si vede allo specchio, mi fa sentire importante perché l’ ho fatto stare bene.

Penso che lo scrivere sia la stessa cosa, perché se chi legge i miei racconti si sente bene, allora è come se gli acconciassi i capelli.

Forse è per questo che scrivo. Se stanno bene gli altri di conseguenza stai bene anche tu. Indipendentemente dal lavoro che svolgi.

Che questa Pasquetta, ci riporti la speranza non della normalità di prima che succedesse questo disastro, ma una nuova normalità dove non ci sia più quella fretta opprimente, quelle giornate troppo piene, che nel mio caso mi avevano tolto anche il piacere dello scrivere.

Affinché la vita non ci assorba totalmente facendoci dimenticare quegli angoli di noi da ripulire per poter risplendere appieno sempre.

Passo e chiudo.

Buona Pasquetta tra il divano e una fiaschetta di vino

che vi rallegri un pochino,

e dopo un bel pisolino

fare anche merenda con un buon panino.

Se tutto questo non vi va bene,

c’è la tv con le sue pene,

a questo punto ve lo assicuro, non farò niente ve lo giuro.

Ciao Lisa

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