Diario dal corona virus 12


Passa il camion dell’immondizia, il vetro per l’esattezza.

Le bottiglie che si rompono fanno un rumore che visto in un contesto di vita normale potrebbe essere agghiacciante. In questo caso di isolamento forzato, risulta normalizzante. Perché ti da la sensazione di una normalità, di un tempo di libertà.

A questo punto dall’allontanamento del mio lavoro perché ritenuto non di primaria necessità, mi ritrovo a desiderare di fare la commessa del supermercato, almeno avrei uno scopo. Essere utile. L’infermiera? meglio di no, perché non credo di essere in grado di aiutare le persone con amore e dedizione. Mi sento più portata a servire un cliente facendo battute stupide, per rallegragli la giornata.

Non sarebbe stato male neanche fare l’operatore ecologico, attaccata al camion puzzolente, scendendo al volo per raccogliere l’immondizia. Almeno avrei potuto girare per il paese.

Invece no. Sono qui a guardare il vuoto e a pensare.

La televisione parla di contagi e sintomi vari. Un tam tam persistente.

Allora la mia mente annichilita da queste nefaste notizie crea situazioni apocalittiche dentro casa mia.

Primi sintomi, tosse e raffreddore.

Ho dato un colpo di tosse perché avevo un pelo in gola. Corro nel bagno presa dal panico, guardandomi gli occhi per vedere se sono normali e non lucidi da febbre. Sono normali fortunatamente.

La tv parla di fiato corto. Certo che dopo giorni di immobilità fare due rampe di scale potrebbero farti trovare fuori allenamento. Ho il fiato corto, altra corsa davanti allo specchio del bagno a guardarmi se sono impallidita. No. Ho le solite guance rosse da friulana doc.

La sera mi metto a guardare nuovamente la televisione, perché non mi basta aver già sentito e visto tutto durante il giorno. Dicono che un altro sintomo è il senso di soffocamento.

Certo, una persona come me che ha sofferto di attacchi di panico per anni, sa cosa vuol dire questa sensazione di soffocamento. Eccomi con quella bella sensazione di fame d’aria. Mi guardo in giro per essere certa di non avere anche la vista annebbiata.

Vado al bagno, nuovamente a guardarmi allo specchio. Questa volta qualche cosa di diverso la vedo sul mio volto.

Accidenti mi sono cresciuti i baffetti, maledetti. Per fortuna che ci hanno dato in dotazione le mascherine, così nessuno li vede.

Tanto non li avrebbero visti lo stesso, perché non si può uscire.

Vado a letto. Mi sembra di avere sonno. Cerco di rilassarmi.
Ecco che nel cuore della notte, mentre tutti dormono, la mente fantasiosa e vigliacca, si accende. La carogna.

Cosa mi fa vedere? Con fare subdolo, e silenzioso, mi fa venire a prendere da degli uomini con mascherina guanti e tuta in autoambulanza, perché sono contagiosa. Mi portano all’ospedale di Udine (per fortuna, che essendo grande, mi pare più ben attrezzato). Dopo un’accurata visita al proto soccorso, decidono di mettermi in terapia intensiva. Il panico aumenta, perché mi vogliono intubare. Se mi intubano non potrò parlare. Non potrò alzarmi dal letto, e i bisogni dovrò farli lì (credo che per il mio cervello più della paura di morire soffocato, ha vergogna di non poter andare al bagno da solo). Ben gli sta a mettere in visione certe situazioni, che provi anche lui qualche disagio questo cervello disagiato.

Ecco che la paura si fa ancora più grande, perché sento i medici che dicono che forse non c’è la farò.

Qui arriva il bello.

Il quel momento penso a mia figlia che è tanto che non la vedo (si coprirebbe il viso con una mano scuotendo il capo, quasi a rimproverarmi). E mio figlio? Che so che anche se fa il duro, per lui sarebbe un colpo (di fortuna credo). Mio marito? Me lo vedo sfregarsi le mani per il piacere di una libertà ritrovata (gli si dimezzerebbe anche il mutuo. Direi un affarone). Mia madre?

Chi lo dice a mia madre? Quella si arrabbierebbe, (dicendomi che potevo stare a casa) verrebbe in ospedale a rianimarmi a suon di schiaffoni.

Mi viene da ridere, perché alla fine, spostando l’attenzione sui miei cari, (che sembra mi amino tanto) riesco a prendere sonno. La paura della malattia si è dissolta, cullata dai volti di coloro che sono la mia vera quotidianità.

Ammiro la forza d’animo di coloro che affrontano sul loro corpo malattie difficile da guarire. Non come me che le immagino per noia. Non parlo solo di questa epidemia. Ma di tutte le “epidemie” del mondo, sia quelle psicologiche che fisiche.
La fortuna è avere accanto qualcuno da amare, che dia un senso alla vita, che dia speranza per un giorno nuovo.

Se invece non avete questa fortuna e siete veramente soli, non dimenticatevi che un senso di normalità te lo da anche un camion dell’immondizia, con il suo incedere lento. Con quella persona che senza farci caso con il semplice gesto di buttare la tua immondizia si prende cura di te.

I pensieri di paura e terrore, lasciamoli alla mente che nell’inerzia del fare niente ha bisogno di inventarsi avventure incredibili, nel silenzio della notte, dove tutto, nel buio diventa gigantesco e sproporzionato, dissolvendosi nelle prime luci dell’alba.

Che questo nuovo giorno abbia inizio, con un po’ di ipocondria in meno e gioia in più

Buona salute a tutti. Lisa

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